UFFICIO DIOCESANO PER LA LITURGIA
Celebrare è un’arte
Nell’anno 2010–2011 la nostra Diocesi ha incentrato la sua riflessione e il suo impegno attorno all’Eucaristia “sacramento di unità e di comunione, fonte prima della fede, della carità e della missione della Chiesa nel mondo”. Per questo l’Ufficio diocesano per la Liturgia ha pensato di offrire alcune schede con lo scopo di riscoprire il gusto di celebrare con arte.
Attenzione alle parole: l’arte non riguarda solo i grandi capolavori (della pittura, scultura, musica ecc.). È arte anche la cura con cui ci si veste in qualche occasione particolare, o il modo di imbandire la tavola per un pasto di festa… Quando vogliamo provare a far le cose bene, tutti noi compiamo azioni con arte, anche senza rendercene conto.
Allo stesso modo anche la celebrazione liturgica, che è esperienza di alleanza, di incontro tra Dio, in Cristo (lo Sposo), e noi, il suo popolo, (la sua Sposa), chiede di essere vissuta con arte: l’ “arte di celebrare”.
La parola “arte” significa “mettere in ordine”, come le parole “aritmetica, ritmo”, e un’altra che ci interessa ancor più da vicino: “rito”.
Che si tratti di colori o di suoni, di legno o di cemento, di fiori o di piatti… l’arte è sempre un mettere in ordine diversi elementi che formeranno un tutto unitario combinandosi ad altri.
«I riti splendano per nobile semplicità; siano chiari per brevità ed evitino inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno, generalmente di molte spiegazioni» (Sacrosanctum Concilium Costituzione sulla sacra liturgia 34).
Si celebra con arte quando i diversi elementi della liturgia (quelli visibili, udibili, toccabili, gustabili, odorabili…) sono ordinati in modo dignitoso e armonico e permettono all’invisibile della fede e della grazia di essere manifestato.
Celebrare con arte significa mettere in buon ordine gli spostamenti, gli atteggiamenti e le posture, le parole e i gesti, le letture e i canti; e ancora: intervenire nei tempi e negli spazi adeguati, mantenere il tono giusto della comunicazione, in una buona coerenza con ciò che precede e ciò che segue, in una buona corrispondenza tra ciò che viene fatto e ciò che viene detto.
Le nostre celebrazioni oggi soffrono uno sbilanciamento sul versante della comunicazione verbale. Omelie eccessivamente lunghe a fronte di preghiere eucaristiche recitate a velocità da… formula uno! Oppure commenti e spiegazioni ad ogni momento della S. Messa…
La liturgia non è una catechesi, per cui al centro dell’attenzione non c’è una trasmissione di contenuti, di idee; si tratta, piuttosto, di vivere un incontro.
La celebrazione non è un oggetto da comprendere intellettualmente, essa è piuttosto contatto, emozione, incontro. È azione, è movimento, è un «esodo» continuo per incontrarsi con l’Invisibile a partire da elementi visibili.
La grazia di Dio ci raggiunge non “nonostante” ma proprio “attraverso” i gesti, i movimenti, i suoni, gli odori, i sapori.
Questo vuol dire il concilio quando afferma che la salvezza ci raggiunge “per ritus et preces”.
Celebrare con arte significa allora lasciarsi afferrare dall’azione di Dio che opera nei segni liturgici, prendere sul serio il senso delle parole e dei gesti che si pongono in atto durante la celebrazione. Perché si partecipa alle celebrazioni in modo pieno, attivo e consapevole, non solo con la mente, ma con l’anima e il corpo, con tutti i cinque sensi, in sintonia con il mistero in atto nella celebrazione.
l’arte di entrare nel mistero
È normale, per noi, sistemare e presentare un quadro all’interno di una cornice, tanto più curata quanto preziosa e significativa è l’immagine.
I Riti di Introduzione (insieme con i riti di conclusione) sono la “cornice” rituale del quadro formato dalla Liturgia della Parola e dalla Liturgia Eucaristica… Attenzione però, a non dare più importanza alla cornice che al quadro!
Infatti
«I riti che precedono la Liturgia della Parola, (…) hanno un carattere d’inizio, d’introduzione e di preparazione. Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la Parola di Dio e a celebrare degnamente l’Eucaristia.» (OGMR Ordinamento Generale del Messale Romano 46)
Spesso si sottovaluta il fatto che non basta essere radunati in uno stesso luogo per essere una comunità (si pensi a quando si va al cinema, oppure quando si è in una carrozza del treno…).
Non è sufficiente la presenza fisica nello stesso luogo. Si tratta di diventare assemblea, di formare una comunità, sul modello dei primi cristiani dei quali si poteva dire «tutti coloro che erano venuti alla fede erano un cuor solo ed un’anima sola» (At 4,32).
Proprio per superare il semplice ritrovarsi insieme, ecco alcune attenzioni preziose:
→ un atteggiamento di accoglienza e un ambiente accogliente (portali aperti e non semichiusi, ingressi accessibili, ordine, luminosità, strumenti per la partecipazione, come foglietti o libretti di canto…).
→ prima di iniziare la S. Messa provare alcuni ritornelli, e fornire alcune informazioni sulla celebrazione (i canti che sono stati programmati, alcuni gesti previsti, ecc.): meglio parlarne prima che riempire di commenti la celebrazione[1].
Nello stesso tempo, i Riti di Introduzione hanno anche lo scopo di farci prendere coscienza che la messa non è un semplice incontro tra amici, o conoscenti, ma risposta a Dio che ci convoca per celebrare e rivivere ciò che Gesù ha fatto per noi. Così essi mettono in opera quel dispositivo della partecipazione dei fedeli che contribuisce non poco a rendere fruttuosa la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica.
Il canto d’ingresso è la prima azione comune, e come tale è ciò che ritualmente dà forma all’assemblea. Da qui la necessità che l’assemblea sia coinvolta almeno nel ritornello.
Si tratta di un canto destinato ad accompagnare una processione. Se nella normalità essa va dalla sacristia al presbiterio[2], sarebbe importante, almeno in alcune occasioni, far partire la processione dal fondo della chiesa. In questo modo essa è indicativa del cammino che ciascuno di noi ha fatto per arrivare in chiesa (è la settimana vissuta che viene portata davanti a Dio) e soprattutto è il segno di Cristo che entra in mezzo al suo popolo e lo attira al suo seguito (per questo la processione viene aperta dalla croce, dietro la quale camminano i ministri).
L’inchino e il bacio dell’altare sono atti rituali di saluto. Antropologicamente il bacio è gesto di relazione interpersonale; teologicamente l’altare è Cristo. Perciò, il celebrante, baciando l’altare a nome dell’intera assemblea adunata, bacia Cristo ed esprime, mediante la metafora nuziale, la com-presenza e la co-appartenenza di Cristo e della Chiesa nell’azione liturgica. L’uso dell’incenso può aiutare a intuire il valore “teo-logico” di questo momento (e il pro-fumo, se è veramente tale, attiva ulteriori attenzioni da parte dei fedeli).
Dopo il saluto iniziale è possibile una introduzione alla Messa del giorno (OGMR 50). Essere essenziali e precisi è un’arte delicata e difficile. Non è questo il momento di un lungo intervento; bastano poche parole idonee a comunicare nel modo più sintetico e completo possibile l’idea matrice della celebrazione. Per questo è opportuno che venga preparata in anticipo e messa per iscritto. È possibile anche prendere spunto dal testo dell’antifona d’ingresso del messale, opportunamente adattata e trasformata (cfr. OGMR 48).
Tutta la Chiesa, perfino nei suoi membri più peccatori, è santa “pura e immacolata” (Ef 5,27). è senza peccato, ma non senza peccatori. La sua santità consiste esattamente nel riconoscersi peccatrice per poter accogliere il perdono di Gesù. È dunque normale che la celebrazione cristiana comporti il riconoscimento e il perdono dei peccati. Bisogna però fare attenzione a non trasformare l’Atto penitenziale in una introspezione colpevolizzante. Si tratta piuttosto di un’acclamazione alla misericordia di Dio. La preparazione penitenziale è già l’azione di grazie per il perdono che noi non cessiamo di ricevere.
«Il Kyrie è un canto con il quale i fedeli acclamano il Signore e (implorano) la sua misericordia» (OGMR 52)
«La domenica, specialmente nel tempo pasquale, si può sostituire il consueto atto penitenziale con la benedizione e l’aspersione dell’acqua in memoria del battesimo» (OGMR 51)[3]
L’Inno di lode (il Gloria) è, per sua natura, un testo da cantare: l’esecuzione in canto è la sua modalità espressiva più appropriata e ordinaria. Il soggetto adeguato di questa esecuzione è l’intera assemblea celebrante. Ne consegue che il canto del Gloria, sia in latino che in italiano, deve far parte, di diritto, del repertorio base di una comunità. Per facilitare la partecipazione si può valorizzare il dialogo assemblea-schola, oppure si possono utilizzare alcune formule a ritornello.
Trattandosi di un inno di lode, l’atteggiamento con cui parteciparvi fisicamente consiste nel rimanere in piedi, anche quando il Gloria venisse cantato dal solo coro. In caso contrario l’atteggiamento assunto dal corpo (seduti) andrebbe a contraddire quanto espresso dal canto.
La colletta, ultimo degli elementi dei riti di introduzione, non è una semplice preghiera; in realtà essa contiene al suo interno un vero e proprio rito.
«Poi il presidente invita il popolo a pregare; e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e per poter formulare nel proprio cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il presidente dice l’orazione…» (OGMR 54).
Si chiama colletta perché raccoglie la preghiera personale e intima dei fedeli, formulata in silenzio, nella preghiera ad alta voce del presidente che presiede la celebrazione; in questo passaggio si rende manifesta l’avvenuta congregatio fidelium per partecipare alla mensa della Parola e alla mensa eucaristica. È, quindi, di fondamentale importanza lo spazio di silenzio (troppo spesso saltato a piè pari) «per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e per poter formulare nel proprio cuore la preghiera personale».
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha disposto che i tesori della Sacra Scrittura fossero più abbondantemente aperti e messi a disposizione dei fedeli anche nella celebrazione della liturgia, e non solo nella Messa. Infatti, mentre prima si celebravano quasi tutti i Sacramenti senza la Liturgia della Parola, oggi questo non è più possibile: si può avere una celebrazione della sola Parola, ma non una celebrazione del solo Sacramento. È la Parola di Dio che dà il significato ai segni sacramentali.
Per tradurre la preoccupazione del Concilio, la riforma ha prodotto una serie di Lezionari[4], sia per la Messa che per le altre celebrazioni, seguendo i quali, nell’arco di due o tre anni, leggiamo quasi tutta la Scrittura. Certamente questo fatto è grande fonte di istruzione o formazione permanente del popolo cristiano.
Ma, attenzione: lo scopo della celebrazione non è l’istruzione! Ci sono altri tempi per far questo: l’evangelizzazione o la catechesi. Nella Liturgia noi celebriamo il mistero di Cristo, in quanto lo rendiamo presente, perché noi ne veniamo a contatto, e “toccandolo” siamo salvati.
Quando nella Messa, un lettore sale all’ambone per proclamare la lettura e l’assemblea si mette seduta in atteggiamento di ascolto, l’esperienza non è semplicemente quella di leggere un testo scritto, ma di ascoltare una Parola viva, cioè Cristo stesso (SC 7).
La Parola che risuona nell’aula è la voce di Cristo stesso che parla al suo popolo riunito per celebrare i santi misteri.
La proclamazione è qualcosa in più rispetto alla lettura, porta con sé l’idea di un atto pubblico e solenne: non si legge un pezzo di Bibbia, ma si fa l’esperienza del Signore che parla; il lettore non è tanto chiamato a “leggere”, quanto a “dar voce” a Cristo affinché parli oggi al suo popolo.
Queste affermazioni suggeriscono una serie di attenzioni pratiche che favoriscono l’evento:
→ Quando una persona ci parla, l’unico atteggiamento corretto è ascoltarla; così quando, nella Liturgia della Parola, Dio parla al suo popolo attraverso la voce del lettore, l’assemblea riunita è chiamata a mettersi in atteggiamento di ascolto e non ad accompagnare il lettore leggendo quel passo biblico da un messalino o da un foglietto in maniera individuale; i foglietti possono essere utilizzati per riprendere le letture dopo la comunione, o portati a casa per rileggere i testi sacri durante la settimana, ma in quel momento si dovrebbe ripetere quanto avvenuto nella sinagoga di Cafarnao, quando Gesù si alza per la lettura, gli viene dato il rotolo e «gli occhi di tutti erano fissi su di lui» (Lc 4,20).
→ Ciò comporta innanzitutto incaricare lettori capaci di far risuonare nel giusto modo la Scrittura.
→ Ci sia e si rispetti il luogo degno e specifico da cui proclamare la Parola; l’ambone è il luogo della Parola (e non delle parole), per cui dall’ambone vanno proclamate le letture, ed eventualmente, l’omelia e la preghiera dei fedeli (in quanto legate essenzialmente alla Parola ascoltata). Tutto il resto (avvisi, commenti, canti) va fatto da altro luogo (microfono posizionato fuori dal presbiterio, o comunque in posizione defilata).
→ Il sistema di amplificazione consenta una corretta ricezione.
→ È importante distinguere il lettore dal salmista, in quanto si tratta di due mansioni diverse (il lettore è voce di Dio che parla al popolo; il salmista è voce dell’assemblea per rispondere a Dio).
→ Per lo stesso motivo di cui sopra, il lettore non si presenti all’ambone con il foglietto, perché la lettura a cui si va a dar voce non è qualcosa che è nelle nostre mani, non è parola nostra, ma è parola che ci arriva da fuori, dall’alto… è “Parola di Dio!”: per cui sale in un luogo rialzato (questo significa “ambone”) e si dà voce alla Parola che lì si trova.
→ Per sua natura il salmo andrebbe cantato. Oggi si stanno moltiplicando le proposte musicali di ritornelli popolari da provare prima dell’inizio della messa. Se il salmista non canta i versetti, almeno ricordi di avere davanti una poesia e di trattarla, quindi, come tale….
3.1 Il ministero del lettore
Il ministero del lettore è un ministero tipicamente laicale, esercitato da un laico, uomo o donna, in forza della sua dignità battesimale-crismale. È questo il motivo per cui il lettore dovrebbe aver adempiuto a tutto il cammino dell’iniziazione cristiana (e non ha quindi senso affidare questo compito ai ragazzi del catechismo).
Per fare il lettore sono richiesti, oltre a una buona capacità di lettura in pubblico, buona stima presso la comunità per la qualità morale e spirituale della vita, una stabile partecipazione alla comunità e la disponibilità a un servizio gratuito e disinteressato.
Il lettore
→ Sale sempre all’ambone (che è luogo dell’annuncio della Parola per tutte le celebrazioni, anche quando si proclama la Parola in una liturgia penitenziale o liturgia della Parola).
→ Può partecipare, alla processione d’ingresso con gli altri ministri dell’altare e andare a posizionarsi in uno spazio attiguo al luogo della Parola.
→ Oppure dal proprio posto, al termine (non durante) della preghiera di colletta, sale all’ambone e si dispone a proclamare la Parola di Dio.
→ Dall’ambone il lettore guarda l’assemblea, aspetta che tutti si siano sistemati, e siano quindi pronti all’ascolto, e poi annuncia «Dal libro … – Dalla lettera … etc … ». non si leggono mai i titoli (Prima lettura, Salmo, Seconda lettura, Preghiera dei fedeli). Proclama la pericope (= il brano) biblica e conclude, rialzando la testa, con «Parola di Dio».
→ Mentre proclama il testo, il lettore non alza il capo per guardare l’assemblea, quasi a cercare consenso su ciò che sta leggendo: non è lui l’autore della Parola, ne è solo “voce” e pertanto non interloquisce con gli altri fedeli.
→ Terminata la proclamazione della lettura, scende dall’ambone e ritorna al suo posto dove rimane per tutto il resto della celebrazione.
Alcune regole elementari per la proclamazione della Parola di Dio nell’assemblea liturgica:
→ Prima di iniziare la lettura, avere l’accortezza di controllare e sistemare il microfono.
→ Mantenere il busto eretto, avere il Lezionario a giusta altezza in modo da non dover piegar il volto sul libro. Se il leggio è basso e non regolabile, il lettore tenga il libro con le due mani, davanti a sé all’altezza del petto. La posizione è quella di chi guarda l’assemblea, abbassando gli occhi solo per leggere.
→ Fare attenzione alla buona dizione. Gli ingredienti per una buona dizione possono essere ricondotti a cinque: la respirazione (per non rimanere senza fiato a metà frase), il timbro di voce (bisogna pensare di parlare alla persona che sta in ultima fila, e quindi un timbro sostenuto e caldo), il ritmo di lettura (non precipitoso, con rischio di mangiare le sillabe), l’articolazione corretta dei suoni (le parole vanno pronunciate chiaramente e distintamente, senza cadute sulle sillabe finali) e il giusto fraseggio (tener conto della punteggiatura: una buona lettura in pubblico è efficace quando è capace di trasmettere bene il senso di una frase).
→ Da ultimo il lettore è chiamato a mettere in evidenza la qualità letteraria e spirituale di un testo: i testi biblici corrispondono a diversi generi letterari. Occorre imparare a distinguerli; per questo al lettore è chiesta anche un’iniziale competenza biblica e una certa conoscenza dell’ordinamento delle letture nel corso dell’anno (in apertura del primo volume del Lezionario sono riportate le “premesse” che costituiscono la base imprescindibile di ogni preparazione al ministero di Lettore).
Altre osservazioni
Acclamazione al Vangelo: Dopo la lettura che precede immediatamente il Vangelo, si canta l’Alleluia o un altro canto come richiede il tempo liturgico. Tale acclamazione costituisce un rito o atto a sé stante, con il quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo e con il canto manifesta la propria fede (il cosiddetto “Alleluia delle lampadine”o “Alleluia, la nostra festa” non è acclamazione al Vangelo).
Le intenzioni delle preghiere dei fedeli che vengono proposte siano sobrie, formulate con sapienza ed esprimano le intenzioni di tutta la comunità. Le tematiche siano le seguenti: per le necessità della Chiesa; per i governanti e la salvezza di tutto il mondo; per quelli che si trovano in difficoltà; per la Chiesa locale (Diocesi); per la comunità locale (parrocchia, unità pastorale).
Durante l’ultima cena, Gesù ha voluto dare un senso speciale ad alcuni gesti che di solito si fanno durante un pranzo ordinario. Lo dimostra il suo comando: “fate questo in memoria di me”. Si è venuta così a creare una tradizione che ci è riportata da S. Paolo (1 Cor 11,23-26) come anche dagli evangelisti Matteo, Marco e Luca. Il “questo” che Gesù ha comandato di fare e che la Chiesa ha capito di dover fare in memoria di Lui si può ricondurre a quattro gesti significativi che compiuti da Gesù nell’ultima cena:
Queste quattro azioni formano l’ossatura della Liturgia Eucaristica:
Si realizza, in questo modo, un doppio movimento – di andata e ritorno – che manifesta il “mistero dell’offrire”, dello scambio:
- dall’assemblea all’altare, per l’offerta;
- dall’altare all’assemblea, per la condivisione e la comunione
4.1. La presentazione dei doni
Innanzitutto prendiamo coscienza che tutto ciò che abbiamo e riusciamo a fare è dono di Dio e lo presentiamo a lui nei segni del pane e del vino: è una prima offerta, quella che chiamiamo “presentazione dei doni”.
Per una particolare azione dello Spirito i nostri doni sono assunti dall’offerta di Gesù al Padre nei simboli del pane e del vino; anche noi, come singoli e come comunità, diventiamo corpo di Cristo, siamo offerti in lui come sacrificio gradito a Dio Padre; il culmine dell’unica offerta avviene nell’elevazione conclusiva della preghiera eucaristica, quando il presidente alza il pane e il vino consacrati dicendo: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te Dio Padre onnipotente ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli» (dossologia).
Dopo il gesto dello spezzare del pane, al momento della comunione, i doni ritornano all’assemblea: il Padre offre il corpo di Cristo, cioè Cristo e tutti coloro che si sono offerti in lui.
Conseguenze rituali per le nostre celebrazioni
Preparazione della mensa
In ogni famiglia, quando arriva l’ora di mangiare si prepara la tavola. Così anche nella Messa. Prima di tutto si prepara l’altare, ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il messale e il calice (se non viene utilizzato per portare il vino).
Può essere significativo, in alcune circostanze, evidenziare la preparazione sistemando una tovaglia più bella e una più evidente decorazione floreale.
In ogni caso la mensa dell’altare, fino a questo momento della celebrazione, non dovrebbe essere “preparata” per la liturgia eucaristica e dovrebbe accogliere, eventualmente, solo il libro dei Vangeli.
Processione con i doni
Quando la tavola è pronta, si portano le cose da mangiare… Anche nella Messa, all’inizio della Liturgia eucaristica, alcuni fedeli portano il pane e il vino.
Il Messale raccomanda l’uso di far portare dai fedeli il pane e il vino (OGMR 73). È opportuno per questo predisporre un tavolino in navata e prevedere come normale la processione con i doni all’altare.
Cosa portare in questa processione?
Vanno distinti due generi di offerte:
→ il pane e il vino: sono le vere offerte, le sole che vengono poste sull’altare; bastano la patena con le particole e le ampolline col vino e l’acqua! I fedeli avanzano in processione dal fondo della chiesa e attraversano l’assemblea, esprimendo così che si tratta di doni che simboleggiano le offerte del popolo di Dio (“… frutti della terra, della vite e del lavoro dell’uomo”)
→ i doni per i poveri, l’offerta in denaro: possono far parte dello stesso movimento (in alcune Parrocchie si va diffondendo la rapida raccolta delle offerte da parte di parecchi incaricati che poi seguono verso l’altare i fedeli che portano pane e vino), ma non devono essere messe sull’altare per evidenziare che esse non sono le offerte simboliche e hanno dei destinatari precisi (i poveri, le necessità della chiesa…).
In alcune occasioni speciali (giornata missionaria, giornata per il seminario, carità del Papa…) si può anche invitare i fedeli ad uscire dai banchi in forma processionale per andare a deporre la propria offerta davanti all’altare (si tratta di un gesto rituale possibile a tutti senza particolari imbarazzi).
Di conseguenza, ecco un elenco di cose da evitare, per non travisare il significato di questo gesto:
→ Non si portano cose che non siano doni, cose dalle quali il proprietario non intende affatto separarsi. Si tenga conto di questo soprattutto nelle celebrazioni con i ragazzi, i quali, anziché essere educati alla fatica del dono (che richiede amore e sacrificio), si vedrebbero coinvolti in un simpatico teatrino che impegna in nulla e che non richiede alcun sacrificio personale. Che messaggio educativo e catechistico si manderebbe?
→ La processione offertoriale non è l’occasione per cosiddetti doni “simbolici” e tanto meno per interminabili didascalie più o meno moraleggianti: i “simboli” effettivamente tali – diversi dal pane e dal vino – dovrebbero essere utilizzati per la processione d’ingresso, quando l’assemblea si costituisce e si riconosce anche grazie al contesto che viene preparato.
→ Non si porta il calice vuoto, in quanto è il vino ad essere donato, non il suo contenitore.
→ Non è questo il momento di portare doni personali per chi presiede (caso piuttosto frequente durante la visita del vescovo) o per altri festeggiati. Questi si possono eventualmente presentare alla fine della celebrazione.
→ Anche le duplicazioni del pane e del vino per l’Eucaristia (pagnotte, spighe e grappoli d’uva) sono inopportune (caso assai frequente per le SS. Messe di prima Comunione e di Ringraziamento), in quanto grano ed uva non sono pane e vino (manca ancora l’applicazione del genio e della fatica umana); per il pane, si finirebbe per ottenere un risultato contrario a quello che ci si propone. Infatti già le particole comunemente in uso, per forma, colore, spessore e sapore evocano a stento il pane; affiancate da una pagnotta si indurrebbe l’idea che si tratti davvero di due cose completamente distinte: le ostie sono ostie (!?) il pane è pane.
→ È fuori luogo, infine, portare all’altare la Bibbia o il Vangelo. È infatti la Chiesa che annuncia la Parola ai presenti, non sono i fedeli a consegnare la Parola al ministro ordinato e alla comunità. Inoltre la Parola non può comparire a questo punto in quanto significherebbe dimenticare che essa è già stata al centro di tutta la prima parte della Messa (Liturgia della Parola), e che ispira e plasma l’intera Eucaristia, dalle preghiere fino ai gesti e ai canti.
Il canto di offertorio
«… accompagna la processione con la quale si portano i doni; esso si protrae almeno fino a quando i doni sono stati deposti sull’altare. È possibile accompagnare con il canto anche quando non si svolge la processione con i doni» (OGMR 74). Va però tenuto presente che (soprattutto in assenza della processione) questo momento rituale è breve e necessita per questo di interventi misurati (o misurabili) nel tempo. Oltre all’attenzione ai temi trattati nei testi (paradossale è l’uso dell’Ave Maria, in occasione dei matrimoni, in questo momento della celebrazione…) è opportuno scegliere canti che si possano modellare alla lunghezza del rito, e quindi interrompere quando la presentazione dei doni va concludendosi. È comunque sempre possibile (e a volte auspicabile), scegliere di suonare invece che cantare.
Se si esegue un canto o una musica chi presiede eviti di pronunciare ad alta voce e al microfono le preghiere previste; l’OGMR (n. 141) prevede che queste preghiere siano normalmente dette “sottovoce”. Solo quando non c’è né canto né musica ‘si può’ dirle ad alta voce. In questo caso il popolo risponde: “Benedetto nei secoli il Signore!”.
Infine può essere importante ricordare quanto, ancora nel 1987, la nostra Diocesi, a conclusione del Sinodo diocesano, si era impegnata a osservare:
In questa prospettiva di testimonianza (…) sono abolite in tutte le chiese della Diocesi le tariffe per le celebrazioni sacramentali e per le ufficiature dei defunti. Le oblazioni date dai fedeli in tali circostanze sono a beneficio della parrocchia e vanno assicurate modalità tali da garantire la libertà degli offerenti. Rimane in vigore l’offerta per la celebrazione della Messa (norma 28). Qualora nelle Messe di matrimonio o di funerale ci sia una raccolta di offerte, queste siano orientate ad una esplicita iniziativa di bene».
4.2 La Preghiera Eucaristica
La Preghiera Eucaristica (P.E.) è l’elemento originario della Messa. Senza la Preghiera Eucaristica la Messa sarebbe come un corpo senza cuore. Tutto ciò che precede (= Liturgia della Parola e Riti offertoriali) e tutto ciò che segue è rispettivamente preparazione e conseguenza della P.E., «momento centrale e culminante dell’intera celebrazione» (OGMR 78).
La P.E. ha per matrice la grande benedizione che il padre di famiglia ebreo pronuncia durante il pasto delle feste. Questa benedizione si compone di tre grandi sequenze: una lode al Dio creatore; una azione di grazie per gli interventi di Dio nella storia di Israele; una supplica in favore di Gerusalemme.
Nell’Ultima Cena, Gesù ha pronunciato questa preghiera introducendovi però delle parole nuove per mezzo delle quali egli ha istituito l’Eucaristia.
Nella Messa, la Chiesa riprende la traccia della preghiera ebraica, ma la cristianizza:
«Il significato di questa preghiera è che tutta l’assemblea si unisca con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell’offrire il sacrificio» (OGMR 78).
La preghiera è, quindi, di tutti (anche perché tutto ciò che si fa nella celebrazione è una questione di tutta la Chiesa), e infatti i testi sono con il “noi”, ma viene pronunciata solamente dal prete, dato che rappresenta Cristo che presiede il pasto della Cena.
La Preghiera Eucaristica, però, non è solo il testo ecologico (orazione propria di chi presiede) di maggiore importanza di tutta la Messa, ma è anche e soprattutto la sintesi più alta ed espressiva della preghiera cristiana. La PE, per la sua struttura, la sua dinamica e il suo contenuto, rappresenta il microcosmo della preghiera cristiana. Per questo essa merita tutta l’attenzione e la cura possibile per una adeguata realizzazione.
Purtroppo, né i preti né i semplici cristiani sembrano preparati e formati alla P.E. Per il suo significato è la parte più impegnativa di tutta la Messa ma, di fatto, è quella nella quale meno si investe soprattutto di espressioni umane e di gesti. Arrivati a questo punto i fedeli diventano semplici spettatori. I preti si tuffano con gli occhi sul messale e procedono non curanti di chi sta intorno, leggendo tutto alla stessa maniera.
Proprio la singolare qualità teologica, spirituale e letteraria di questo testo, invece, richiede una dinamica celebrativa in cui entrano in azione tutti i principali registri (o linguaggi) della comunicazione rituale.
«In alto i nostri cuori – Sono rivolti al Signore»; «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli – Amen».
La Preghiera Eucaristica, racchiusa tra queste due espressioni, pone in essere la relazione verticale della preghiera. Il presidente, segno di Cristo e in forza dello Spirito Santo, guida la comunità dei fedeli al Padre affinché, per suo tramite, gli rendano grazie e invochino da lui la sua azione santificatrice e trasformante.
Come ogni altra sequenza rituale, anche la P.E. richiede anzitutto un adeguato tempo di realizzazione: una preghiera eseguita troppo rapidamente quasi a recuperare sulla dilatazione temporale dell’omelia non giova a una buona celebrazione.
Le principali espressioni verbali
Il presidente della celebrazione prende la parola, salutando i fedeli ed esortandoli alla preghiera di ringraziamento e all’offerta del sacrificio di Cristo. Il tono della voce deve essere invitante per introdurre i fedeli al senso di ciò che sta per compiersi.
Il prefazio prevede una proclamazione solenne, intensa e un poco incalzante soprattutto nella parte conclusiva che conduce alla grande acclamazione del Santo.
Diverso è il registro espressivo dell’epiclesi. La voce è chiamata a modulare con intima partecipazione interiore l’invocazione e la supplica dello Spirito santo per la santificazione dei doni e dei comunicanti. Tale registro espressivo sarà ulteriormente ripreso al momento delle intercessioni per i vivi e per i defunti.
Il racconto dell’istituzione introduce un modulo linguistico narrativo che non richiede enfasi particolare neppure riguardo alle parole della consacrazione, le quali risultano già fortemente qualificate dalla dinamica gestuale che le accompagna.
Una maggiore enfasi verbale (e canora) va posta sulla dossologia per la sua caratteristica di portare a compimento l’inno di lode della Chiesa, consegnandolo all’assenso finale di tutta l’assemblea dei fedeli.
Le principali espressioni gestuali
Le indicazioni rubricali che accompagnano la preghiera eucaristica offrono diverse indicazioni relative anche alla gestualità del presidente e dei fedeli.
– La gestualità del presidente
Il presbitero sta al centro dell’altare, in piedi dall’inizio alla fine della preghiera eucaristica, alternando questa postura fondamentale con la genuflessione dopo il rito dell’elevazione del pane e del calice.
Grande rilevanza hanno i movimenti delle braccia e delle mani che percorrono l’intero arco della Preghiera Eucaristica.
Li possiamo raggruppare in tre gruppi di significato:
→ braccia e mani che pregano (braccia allargate, braccia innalzate, mani congiunte);
→ braccia e mani che santificano (imposizione delle mani e benedizione delle offerte);
→ braccia e mani che mostrano (gesto dell’elevazione dopo le parole di consacrazione e alla dossologia finale).
Non è assolutamente prevista la riproduzione mimetica della frazione del pane nel momento in cui il presidente dice «lo spezzò»: non solo perché la frazione del pane è un atto rituale specifico, compiuto prima della comunione, ma anche perché il racconto dell’istituzione non intende “mimare” quello che ha fatto Gesù (in questo caso bisognerebbe anche distribuire a tutti il pane spezzato e il calice) ma ne è il memoriale, in un contesto costituito da tutta la celebrazione.
– La gestualità dell’assemblea
Anticamente anche i fedeli stavano in piedi (circumstantes) per tutta la Preghiera Eucaristica nella posizione pasquale di coloro che mediante il Battesimo avevano acquisito la dignità di figli del Padre in Cristo e per opera dello Spirito santo. Quando, nel XIII secolo, si è dato vita al rito dell’elevazione, si è cominciato ad inginocchiarsi per un breve spazio di adorazione.
La riforma del Messale Romano (1969) ha voluto recuperare l’antico atteggiamento dell’assemblea liturgica, rispettando tuttavia questo breve momento di adorazione (non obbligatorio). Pertanto i fedeli «che non si inginocchiano alla consacrazione facciano un profondo inchino mentre il presidente genuflette dopo la consacrazione» (OGMR 43).
Le Preghiere Eucaristiche, essendo destinate ad esprimere l’orazione di una intera assemblea, devono entrare in sintonia con la sensibilità culturale e le concrete situazioni vitali dei partecipanti, di cui farsi interpreti e su cui gettare la luce e la forza trasfiguranti della salvezza, che viene celebrata e attuata. Ciò in linea con lo stile di incarnazione assunto da Dio nei nostri confronti.
Di qui la presenza, nel Messale, di molteplici formulari di Preghiera Eucaristica (PE), da utilizzare con saggezza, evitando da una parte la monotonia (sempre la stessa PE) e la casualità (una PE a caso). È il principio dell’adattamento che consiste nel calare la Preghiera (e, in definitiva, tutta la celebrazione) nella realtà di “quella precisa comunità e di quelle precise persone”. Per questo è opportuno presentare singolarmente le diverse Preghiere Eucaristiche, con le loro principali caratteristiche e le possibilità di utilizzo.
La Preghiera Eucaristica I – Il Canone romano
Per alcuni secoli (1570 papa Pio V) questa è stata l’unica PE della liturgia latina. Quando Paolo VI autorizzò la preparazione di nuove Preghiere Eucaristiche, stabilì che il Canone Romano fosse lasciato immutato e che venissero composte o ricercate due o più PE da usarsi in particolari determinati tempi.
È un testo privo di una propria azione di grazie, per cui il prefazio è variabile, e si presenta come una grande intercessione, tutto basato sul tema dell’offerta e del sacrificio.
Un evidente limite del Canone romano è il suo carattere composito, che rivela aggiunte e sistemazioni di varie epoche, e fraziona tutta la Preghiera in tante parti, non sempre organicamente collegate. Esso mostra una struttura complicata, limiti della sua espressione biblico–liturgica, assenza di riferimenti espliciti alla storia della salvezza e allo Spirito Santo. Tuttavia, letterariamente e stilisticamente ha una sua bellezza ed una sua efficacia: la Chiesa tutta (“plebs sancta”) ripresenta al Padre il sacrificio di Cristo in un clima di esultanza e di gioia comune.
La Preghiera Eucaristica II
Riprende e rielabora una delle più antiche PE a noi giunte: quella contenuta nella Tradizione Apostolica, attribuita ad Ippolito (II-III secolo).
Caratteristica di questa II PE è la sua connotazione cristologica: la Celebrazione Eucaristica è memoriale della Pasqua, centro ricapitolatore di tutta la storia della salvezza, ma anche sintesi di tutta la vita di Cristo.
Può essere utilizzata con o senza il proprio prefazio. Nel primo caso solo quando non sia già previsto uno specifico prefazio (Messe feriali per annum; Messe per varie necessità prive di prefazio proprio); nell’altro caso in ogni contesto celebrativo.
La sua facilità a essere memorizzata da parte dei fedeli (per la brevità e concisione) rende questa preghiera, insieme alla III, particolarmente adatta per una ripresa nell’omelia della Messa, o in altri momenti catechetici, al fine di introdurre al senso della Celebrazione Eucaristica. Il rischio è che essa risulti di fatto la più usata solo in ragione della sua brevità.
La Preghiera Eucaristica III
Insieme con la IV, è una vera nuova composizione, frutto della riforma del Vaticano II. Preparata nella sua struttura fondamentale dal camaldolese Cipriano Vagaggini, risulta densa di cultura biblica e patristica, di reminiscenze di diverse liturgie, ma anche aperta alle problematiche e al linguaggio della Chiesa del nostro tempo.
Presenta le stesse caratteristiche della preghiera eucaristica II, con un testo più ampio ed elaborato. Può essere usata in ogni contesto celebrativo non avendo un proprio prefazio.
La sottolineatura particolare del rapporto Eucaristia e Chiesa («ascolta la preghiera di questa famiglia che hai convocato alla tua presenza») la rende particolarmente adatta per l’assemblea liturgica festiva e domenicale. Anche l’azione dello Spirito Santo vi è particolarmente sottolineata. L’ampio sviluppo accordato al ricordo dei defunti, o di un particolare defunto, ne fa la Preghiera Eucaristica più adatta, insieme alla II, per la Messa esequiale.
La Preghiera Eucaristica IV
Composta sul modello delle antiche PE della tradizione liturgica orientale, soprattutto la Preghiera di S. Basilio, è la prima a disporre di un proprio prefazio fisso. La scelta di questa PE è perciò possibile, e dunque raccomandabile, nel tempo per annum (domeniche e giorni feriali), nelle memorie dei santi prive di un prefazio proprio, nelle Messe rituali, nelle Messe per varie necessità e nelle Messe votive. Dal momento che il valore di questo testo è racchiuso soprattutto nel lungo momento anamnestico (anamnesi = raccolta di notizie sui precedenti) iniziale, dove le diverse tappe della storia della salvezza vengono ripercorse come tappe della rivelazione e della benevolenza divina, è questa la PE più adatta a riprendere la catechesi sull’amore di Dio.
Le Preghiere Eucaristiche della Riconciliazione I e II
Composte, su richiesta di Paolo VI, per l’anno Santo della Riconciliazione (1975) prevedono un criterio di scelta più selettivo, in quanto il prefazio proprio forma un tutt’uno non disgiungibile con il resto della preghiera e può essere sostituito solo con prefazi che «si riferiscano ai temi della penitenza e del rinnovamento della vita» (dal Battesimo al Natale).
È rilevante il fatto che in queste Preghiere il valore salvifico dell’Eucaristia venga riletto in termini di “riconciliazione”, in quanto la riconciliazione è una categoria centrale della storia della salvezza ed eccellente chiave interpretativa dell’opera e della persona di Cristo. In queste Preghiere si può notare una rilevante presenza di riferimenti a testi biblici e del Vaticano II.
Nel primo formulario la riconciliazione è celebrata come ritorno al Padre, nel senso che Dio è sempre disponibile per stimolare gli uomini verso una vita di fede e di amore, ricostruendo il rapporto di fratellanza che gli uomini hanno infranto con il peccato.
Il secondo formulario presenta l’opera riconciliatrice di Dio nel mondo, che piega la durezza dell’uomo e lo rende disponibile alla riconciliazione in un mondo lacerato da lotte e discordie.
Preghiera eucaristica per varie necessità (PE V a/b/c/d)
Detta anche «PE svizzera», in quanto preparata in occasione del Sinodo svizzero, è stata pensata in quattro esemplari, varianti nel prefazio e nelle intercessioni secondo i quattro temi posti in apertura: V-a) Dio guida la sua Chiesa; V-b) Gesù, nostra via; V-c) Gesù, modello di amore; V-d) la Chiesa in cammino verso l’unità.
Nella III edizione del Messale romano (in via di traduzione per l’Italia) il testo di questa PE è stato rivisto e riformulato.
Nell’anafora (ripetizione)svizzera troviamo un elemento nuovo rispetto a qualsiasi altra Preghiera Eucaristica: il riferimento alla Cena del Risorto con i discepoli di Emmaus. In questo modo si sottolinea non solo l’esperienza storica degli incontri conviviali dei discepoli con il Risorto, ma anche il contenuto pasquale di ogni celebrazione eucaristica, superando la visione medievale che aveva privilegiato quasi solo il momento della passione di Cristo. Nella “frazione del pane” noi ritroviamo il Risorto, presenza che ci dà la possibilità di passare da un cammino di delusione a un cammino di fede, per testimoniare a tutti la speranza.
Data l’importanza dei quattro prefazi specifici, questa Preghiera Eucaristica non può essere usata quando i formulari liturgici prescrivono un prefazio proprio.
Le Preghiere eucaristiche dei fanciulli I - II - III
È vero che la riforma liturgica ha evidenziato che la Messa è sempre celebrazione di tutti e per tutti. Tuttavia, in alcune circostanze, c’è nell’assemblea una presenza notevole e – a volte – preponderante, di fanciulli, come ad esempio nelle Messe di prima Comunione e in quelle di inizio e fine dell’anno catechistico. Inoltre va ricordata l’opportunità di celebrare talvolta l’Eucaristia con gruppi di ragazzi in giorni feriali, proprio per iniziarli alla liturgia della Messa.
Per circostanze di questo tipo sono state pensate le Preghiere Eucaristiche dei fanciulli, composte con una particolare attenzione al linguaggio adatto all’età della fanciullezza. Ognuna ha una sua propria caratteristica.
La prima è un rendimento di grazie a Dio creatore che accentua i temi dell’adorazione e della gioia. Addirittura il Santo è diviso in tre parti, introdotte con i verbi: “cantiamo con gioia”, “mostriamo nel canto la nostra gioia”, “cantiamo in coro".
La seconda è più centrata sul tema dell’amore di Dio per gli uomini: le iniziative di Dio sono segni concreti, con cui Dio manifesta e realizza il suo amore per noi. Essa punta su un massimo di partecipazione attiva dei fanciulli, mediante il ricorso a numerosi brevi acclamazioni: «Gloria, a Te, Signore, che ci vuoi bene» (tre volte, nella prima parte); «È il Signore Gesù, si offre per noi» (due volte, dopo la consacrazione del pane e del vino); «Un cuor solo, un’anima sola, per la tua gloria, Signore!» (tre volte, nella parte finale delle intercessioni).
Il tema della terza P.E. è il progetto di Dio di formare un’unica famiglia in terra e in cielo. Per questo è venuto il Figlio di Dio: per riportare al Padre i figli lontani e ricomporre nell’amore fraterno gli uomini divisi e discordi.
Questa Preghiera punta all’educazione ai tempi liturgici con prefazi diversi per l’Avvento, il Natale, la Quaresima e la Pasqua.
4.3 Questioni pastorali conclusive
La scelta del prefazio
In questo primo elemento della Preghiera Eucaristica “il presidente, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo”(OGMR 79/A). La scelta del formulario adatto, quindi, deve nascere dalla meditazione della Parola del giorno e dalla attenzione alla vita della comunità e alla realtà contemporanea. Una volta individuato il prefazio, anche la scelta della P.E. (quando non è già legata al prefazio scelto o proprio della Messa) richiederà una intelligente opera di “presidenza” che tenga conto della assemblea e delle altre circostanze che compongono il contesto celebrativo.
Il nome dei defunti
Quella della pronuncia del nome del defunto ad alta voce è una prassi piuttosto recente. Per secoli la pubblica proclamazione del nome era considerata come una particolarità della Messa in suffragio dei defunti, tale perciò da non riguardare la comunità nel suo complesso, ma solo la cerchia dei parenti del morto.
È doveroso precisare che, ancora oggi, la pronuncia ad alta voce del nome è una possibilità (non un obbligo) prevista solo durante le Messe “per i defunti” e a queste si riferisce la specifica formula di ricordo riportata nel messale. In certe occasioni, come nell’assemblea eucaristica domenicale e festiva, pronunciare i nomi dei defunti potrebbe anche non essere opportuno, soprattutto se si tiene conto che per alcuni l’intenzione è sinonimo di appropriazione e privatizzazione della Messa (cfr L’Eucaristia nel Giorno del Signore” – disposizioni diocesane del 2000; Rivista della Diocesi 9/2000 pp. 1221-1229).
In ogni caso è sempre possibile aggiungere nella preghiera universale o dei fedeli, un’intenzione per il particolare defunto o defunti dei quali si fa memoria nella celebrazione in atto.
La questione musicale
Se ne ha le capacità, è possibile ed opportuno che il presbitero presidente canti il dialogo introduttivo, il prefazio, la parte centrale (racconto istitutivo, anamnesi–offerta) e la dossologia. Per questo motivo, tenendo conto che non tutti sono ugualmente portati per il canto, è previsto che, per la presidenza, potendo scegliere tra più persone, si dia la preferenza a coloro che sono più capaci nel canto (Musicam Sacram 8).
L’assemblea può intervenire nelle risposte al dialogo introduttivo; le acclamazioni del Santo, del Mistero della fede ed eventualmente dell’Amen finale sono espressione tipicamente assembleare e nessun motivo giustifica l’esclusione di tutti i fedeli da questi canti. La conclusione della dossologia, in particolare, è elemento da potenziare fino a una sua normale esecuzione festiva sempre in canto. Il coro può aggiungersi all’Amen dell’assemblea arricchendolo con un prolungamento polifonico.
Anche nelle preghiere della Messa con i fanciulli è preferibile che i numerosi interventi dell’assemblea siano cantati. Dato che il suono degli strumenti musicali, in liturgia, non deve coprire le voci, rendendo difficile la comprensione del testo, si prevede che essi “tacciano quando il celebrante o un ministro, nell’esercizio del loro ufficio, proferiscono ad alta voce un testo loro proprio” (MS 64). Questa indicazione generale vale soprattutto per la P.E. durante la quale è escluso qualsiasi tipo di intervento strumentale.
4.4 I riti che preparano la Comunione
I riti di Comunione possono essere divisi in:
Il Padre Nostro
Là dove la comunità dei figli di Dio, rigenerati nel Battesimo, si raccoglie attorno alla mensa del Signore è ovvio che invochi Dio con il titolo di «Abbà! Padre» (Rm 8,15), nella forza dello Spirito, ripetendo la preghiera del Signore. E quanto avviene in tutte le liturgie cristiane fin dagli inizi della Chiesa.
Essa appare come una perla preziosa, inserita in una degna cornice: collocata dopo la grande Preghiera Eucaristica, recitata sopra i santi doni, come preghiera comune di preparazione alla Comunione.
Il Padre Nostro è la preghiera comunitaria–ecclesiale per eccellenza: vi predomina il pronome noi (mai «io») e l’aggettivo nostro. Questo carattere ecclesiale si fonda sul Battesimo, mediante il quale siamo resi figli di Dio e fratelli in Cristo. Recitando il Padre Nostro nella Messa, siamo richiamati alla nostra dignità di figli di Dio, di Battezzati.
Per questo motivo è naturale che il Padre Nostro sia recitato o cantato in piedi, cioè con l’atteggiamento che manifesta la nostra dignità di figli davanti al Padre, nonostante le nostre indegnità. È inoltre significativo che alle parole che escono dalle labbra e dal cuore, corrisponda il gesto delle braccia allargate conformando il nostro atteggiamento a quello del presidente (Messale Romano, Precisazioni CEI 1). Meno opportuno (≠ vietato) sembra il gesto del prendersi per mano (tra l’altro non previsto dal Messale), in quanto la dimensione orizzontale della preghiera (il sentirsi fratelli) sarà evidenziata subito dopo nello scambio di pace, per cui diventerebbe un doppione.
Di per sé il Padre Nostro è una preghiera e non un canto; nel caso in cui si decidesse di cantarlo si ricordi la fondamentale dimensione e funzione comunitaria di questo testo, per cui deve poter essere cantato da tutti.
Per introdurre il Padre nostro, il Messale presenta quattro formule come modello. È possibile, comunque, preparare anche altre formule introduttive, collegandole più coerentemente con la celebrazione in atto e con la Parola ascoltata. In ogni caso, va tenuto presente, oltre alla assoluta brevità (affinché l’introduzione non appaia più lunga della preghiera!), il riferimento all’insegnamento di Gesù e al Battesimo che ci permette di osare l’appellativo di “Padre” nei confronti di Dio.
L’embolismo («Liberaci Signore da tutti i mali…» - «Tuo è il regno…»)
Presente in quasi tutte le tradizioni liturgiche, questo testo sviluppa la richiesta conclusiva della preghiera del Signore: «Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male…». Confrontata con la preghiera successiva («Signore Gesù Cristo…»), appare più questa come la preghiera ove, portandovi dentro il mondo intero, imploriamo la pace per il nostro tempo, specialmente per tutte le regioni che vivono di pesanti conflitti armati, ma anche per la pace nel nostro paese e nelle nostre famiglie. La conclusione della preghiera riprende il Padre nostro sviluppando la richiesta «venga il tuo regno» e introduce contemporaneamente l’acclamazione dell’assemblea («Tuo è il regno…»). Se si tiene presente che tutte le preghiere si concludono con l’Amen dell’assemblea, il Padre nostro appare come un’eccezione: infatti la vera conclusione si trova solo a questo punto con l’acclamazione «Tuo è il regno…» . La maggior parte delle Chiese d’Oriente e della Riforma uniscono normalmente questa dossologia alla preghiera del Padre nostro.
Non sarebbe possibile qualche volta (preghiera in famiglia, in occasione di incontri di gruppo e comunque fuori dalla liturgia), terminare anche noi il Padre nostro allo stesso modo: «….ma liberaci dal male (perché) tuo è il regno, tua la potenza…»?
«Signore Gesù Cristo…»
È curioso il fatto che questa preghiera, che in origine era recitata sottovoce solo dal prete, in quanto serviva a prepararsi per dare il dono della pace («non guardare ai miei peccati…»), oggi abbia preso, per leggerezza di molti preti, una dimensione comunitaria…. In realtà il progetto liturgico prevede, come per le altre preghiere, l’intervento del presidente con l’assenso finale dell’assemblea. Inoltre si tratta di una preghiera per la Chiesa e per la sua unità. Questa sequenza rituale (preghiera – augurio – gesto) mette in risalto che l’Eucaristia ci chiede di accogliere un dono, l’offerta di un amore che impegna a stabilire rapporti di comunione con il prossimo. Non a caso, l’introduzione al messale scriverebbe che il gesto viene introdotto con le parole «scambiatevi il dono della pace» (OGMR 154). Non si tratta di un gesto cameratesco per scambiarsi i saluti e neppure un gesto sostitutivo di quell’accoglienza che deve trovare spazio prima della celebrazione (OGMR 105d); è un gesto profondamente “teologico”: esprime che noi siamo membra gli uni degli altri, legati da un vincolo più forte di quello del sangue. Siamo ecclesìa-Chiesa non perché siamo amici, ma perché siamo uniti nella pace di Cristo. Essa è come un fiume che ha la sua sorgente nell’Eucaristia, l’evento di pace per eccellenza. «Vi lascio la pace, vi do la mia pace»: sono le parole con cui Gesù spiega agli apostoli il significato della morte che sta per subire: nascosta nella sua morte c’è la nostra pace. Per questo la prima cosa che il Signore risorto dice ai suoi nell’apparire loro è: «pace a voi». La pace è in primo luogo dono di Dio da accogliere (=comunione), e compito da vivere (alla conclusione della Messa ci viene detto: «andate in pace»).
«Scambiatevi un gesto di pace»
L’invito, con cui il prete (o il diacono, se è presente) invitano l’assemblea a scambiarsi il dono della pace di Cristo è volutamente generico (“un gesto”): l’importante è che sia un gesto significativo e vero. Tenendo conto della diversità delle relazioni tra le persone, per qualcuno (sposi, genitori e figli) sarà un bacio e/o un abbraccio, per altri (semplici conoscenti) una stretta di mano… ad ognuno la libertà di decidere. Il gesto è scambiato «secondo le consuetudini del luogo» (OGMR 82).
Pur accettando un minimo di inevitabile disordine (è un rito che coinvolge l’intera assemblea), va ricordato che siamo di fronte ad un gesto simbolico. Se, quindi, un gesto troppo “sterilizzato”, troppo sintetico non risulta significativo, non c’è comunque bisogno di far il giro di tutta la chiesa: le persone che mi sono attorno rappresentano tutta la comunità radunata e l’intera famiglia umana.
Per questo, come prescrive il Messale, “conviene che ciascuno dia la pace soltanto a chi gli sta più vicino, in modo sobrio” (OGMR 82).
Non si tratta, infine, di un gesto obbligatorio, per cui in determinate circostanze, può essere tralasciato (e qualche volta può essere utile per non scadere nell’abitudine e nella superficialità); la scelta, comunque, come sempre nella liturgia, va fatta cercando il “bene” dell’assemblea, e non a partire da altri motivi più umorali (se sento che…) o estetici (è bello) o storici (si è sempre fatto così).
Un canto alla pace?
Il progetto liturgico della Messa non prevede un canto che accompagni il gesto (anche perché materialmente non siamo in grado di fare contemporaneamente le due cose: o si canta o ci si scambia il dono della pace). In più, la tentazione di accompagnare questo momento con qualche canto festoso (dando origine, soprattutto nel repertorio giovanile, ad una ricca serie di canti sul tema della fraternità) trova spiegazione proprio in questa scorretta interpretazione del segno di pace, inteso come semplice gesto di cordialità. È significativo, piuttosto, il fatto che, immediatamente dopo il gesto di pace, e come accompagnamento della frazione del pane, la liturgia preveda il canto dell’Agnello di Dio che ricorda come la pace che si intende significare è quella che proviene dal sacrificio di Cristo («Agnello di Dio…dona a noi la pace!»).
La frazione del pane
Nelle prime comunità cristiane questo gesto (fractio panis) identificava la Cena del Signore (cfr. At 2,42). In contrasto con l’antica ampiezza del rito, oggi, purtroppo, la frazione del pane viene fatta in modo sbrigativo, a volte addirittura oscurata dal gesto di pace ancora in corso. La riforma liturgica ha voluto restituire a questo rito visibilità e pregnanza simbolica. È necessario ridare spessore a questo rito perché la nostra partecipazione al sacrificio di Cristo consiste nel farci anche noi, come Lui, pane spezzato per gli altri nella fraterna comunione, nella condivisione.
Per vivere il segno in modo più visivamente espressivo, si può usare un “pane più pane”, sia relativamente alla consistenza (spessore/gusto) che alla grandezza: «la natura di segno esige che la materia della celebrazione eucaristica si presenti veramente come cibo» (OGMR 321).
Agnello di Dio
È il canto che accompagna la frazione del pane: una supplica di tutta l’assemblea rivolta direttamente a Gesù con il titolo di «Agnello di Dio». Le parole riprendono la frase del Gloria: «Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre, tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi».
«Abitualmente l’invocazione Agnello di Dio viene cantata dalla schola o dal cantore con la risposta del popolo, oppure la si dice almeno ad alta voce. L’invocazione accompagna la frazione del pane, perciò la si può ripetere tanto quanto è necessario fino alla conclusione del rito. L’ultima invocazione termina con le parole: dona a noi la pace» (OGMR 83).
È importante che le realtà corali inseriscano questo canto tra gli abituali della celebrazione eucaristica. Alcune proposte moderne prevedono l’inserimento all’interno di ogni supplica, tra “…che togli i peccati del mondo” e” abbi pietà di noi”, dei piccoli inserti ricavati dalle tematiche della liturgia del giorno (es. “…e ci inviti alla cena del Regno..”, “…e rinnovi tutto il creato…”). In questo modo, oltre a richiamare i temi del giorno, il canto può essere allungato quanto basta per coprire tutta la frazione del pane.
4.5 I riti che attuano la comunione
La Comunione Eucaristica, l’ha detto Gesù, è il fine della consacrazione: «Prendete e mangiate… Prendete e bevete…».
Il banchetto è pronto: e noi, fedeli, riceviamo l’invito a parteciparvi. Sappiamo che il dono è grandissimo e immeritato, perciò esprimiamo un atto di umiltà e di fiducia, ripetendo le parole del centurione di Cafarnao: «O Signore non sono degno…». Quindi inizia la distribuzione della Comunione.
In processione
Ricevere la Comunione è un gesto comunitario ed ecclesiale: si tratta di mettersi in cammino verso il Signore e di farlo insieme.
Il Messale lo ricorda parlando delle funzioni del canto di comunione: «con esso si esprime, mediante l’accordo delle voci, l’unione spirituale di coloro che si comunicano, si manifesta la gioia del cuore e si pone maggiormente in luce il carattere comunitario della processione di coloro che si accostano a ricevere l’Eucaristia» (OGMR 86).
Una processione che, come quella d’ingresso, e forse anche di più, intende evidenziare che noi siamo, per usare le parole di un canto a tutti conosciuto, «popolo in cammino sulla strada verso il Regno», verso l’eterna Gerusalemme, sostenuto dal pane del cielo.
Stiamo in piedi come quei servi «con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese… che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che quando arriva e bussa, gli aprano subito» (Lc 12,35-36).
A fronte di chi “rimpiange” la tradizione tardo medievale di ricevere la comunione in ginocchio, va ricordato che nessun libro liturgico preconciliare riguardante la Messa prescriveva esplicitamente la comunione in ginocchio, eccezion fatta per il Rituale Romano che, però, si riferiva alla Comunione fuori della Messa.
L’atteggiamento richiesto dalla liturgia è in piedi e attraverso una processione. È significativo anche il gesto dell’aprire e dello stendere le mani, che troviamo all’inizio e a questo punto della liturgia eucaristica: l’Eucaristia è un invito ad aprire le proprie mani per offrire a Dio «il frutto della terra e del lavoro dell’uomo» e per ricevere poi da Lui il dono per eccellenza, il corpo di Cristo.
Sulla mano o sulla lingua?
Per quasi tutto il primo millennio i cristiani hanno ricevuto la comunione sulla mano. Ne dà testimonianza un testo di Cirillo di Gerusalemme: «Quando ti avvicini… fai della tua mano sinistra un trono per la tua mano destra, poiché questa deve ricevere il re e, nel cavo della mano, ricevi il corpo di Cristo dicendo Amen…». Simile è la testimonianza di Teodoro di Mopsuestia: «Allora ciascuno si avvicina con lo sguardo abbassato e le mani tese…».
Solo fra il IX e il X secolo si instaura progressivamente la prassi di ricevere la comunione direttamente in bocca. Il motivo di questo cambiamento era l’errata convinzione che soltanto le mani consacrate dall’unzione potevano toccare l’ostia. In verità, a partire dal bagno Battesimale e dall’unzione crismale (Cresima), tutta la persona del cristiano, anima e corpo, è consacrata e perciò abilitata ad esprimere con la vita la sua appartenenza-consacrazione al Signore e a celebrare il nuovo culto (LG 10).
Così i vescovi italiani hanno stabilito che «accanto all’uso della comunione sulla lingua, la Chiesa permette di dare l’eucaristia deponendola sulle mani dei fedeli protese entrambe verso il ministro, ad accogliere (non si prende nè dalla patena, né dalle mani del ministro) con riverenza e rispetto il corpo di Cristo. I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi» (n. 15 dell’Istruzione CEI Sulla comunione eucaristica, Roma, 1989).
Per questo motivo non rientra nelle facoltà del presbitero obbligare i fedeli all’uno o all’altro modo di fare la comunione. Essa va distribuita secondo la modalità scelta dal fedele.
Piuttosto sarà importante educare i fedeli alla cura del gesto, come ancora i Vescovi insegnano: «Il fedele che desidera ricevere la comunione sulla mano presenta al ministro entrambe le mani, una sull’altra e mentre riceve con rispetto e devozione il corpo di Cristo risponde Amen facendo un leggero inchino» (Indicazioni CEI per la comunione sulla mano, n.4).
Dopo aver ricevuto la comunione ci si sposta di lato e si consuma il Pane eucaristico. Solo successivamente si ritorna al posto. È necessario, fin dal catechismo in preparazione alla prima partecipazione all’Eucaristia, istruire i ragazzi (e anche gli adulti) con una corretta catechesi su questo gesto che si pone al vertice della partecipazione attiva alla Messa.
Il gesto dell’aprire e stendere le mani per ricevere il dono di Cristo, trova un collegamento significativo anche con il rito della pace (che, per questo motivo, il rito romano colloca prima della comunione): essere in pace e in comunione tra di noi è condizione per comunicare con Cristo e con Dio.
La comunione: una professione di fede
Quando il ministro (ordinato o straordinario) presenta il Pane Consacrato dice «Il corpo di Cristo»; la risposta più spontanea potrebbe essere «grazie»! Invece si risponde «Amen!», perché il gesto della comunione è una professione di fede, il più specifico atto di fede all’interno della Messa.
«Non è senza ragione che tu dici Amen riconoscendo nel tuo intimo che ricevi il Corpo di Cristo. Quando ti presenti per riceverlo, il vescovo ti dice: “Il Corpo di Cristo” e tu rispondi “Amen”, cioè “È vero”; il tuo animo custodisca ciò che la tua lingua riconosce» (S. Ambrogio). «Si assume con la bocca ciò che si crede col cuore» (S. Leone Magno).
Il momento della Comunione è una professione di fede nel Cristo realmente presente non solo nei segni del pane e del vino, ma anche nel segno sacramentale della Chiesa, resa tutta presente dall’assemblea (cfr. LG 26). S. Agostino ricorda che nella comunione noi riceviamo ciò che siamo, cioè il suo corpo mistico o ecclesiale: «Voi siete il corpo e le membra di Cristo; sulla mensa del Signore è deposto il vostro mistero, voi ricevete il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete: Amen, e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: “Il corpo di Cristo” e tu rispondi: “Amen”. Sii membro del corpo di Cristo perché sia veritiero il tuo Amen».
La Comunione al calice
Nei primi secoli era normale fare la Comunione prima con il pane e poi, separatamente con il vino. Per evitare inconvenienti ad un certo punto la Comunione al calice è stata sostituita con la pratica dell’intinzione.
L’attuale normativa permette sempre la Comunione anche al calice (OGMR 283) con questa giustificazione: «La santa Comunione esprime con maggiore pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna Alleanza nel sangue del Signore ed è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico nel regno del Padre» (OGMR 281).
La Comunione al calice nella Chiesa romana è, comunque, una possibilità, non un obbligo. Volendo, però, essere fedeli al comando del Signore, Gesù ha detto di bere e non di intingere. È questo il motivo per cui chi presiede è tenuto sempre a fare la comunione bevendo al calice e non per intinzione (cfr. OGMR 246).
Di fronte al rischio che alcune gocce di vino cadano per terra, si suggerisce che il ministro che distribuisce la comunione, anziché tenere il vaso (pisside o patena) con le ostie tenga il calice (v. precisazioni CEI al MR n. 11).
Un dono che si riceve
A partire dal gesto di Gesù che durante l’ultima cena porge egli stesso il pane e il calice ai suoi discepoli, nella Chiesa si è instaurata la prassi che la comunione va sempre ricevuta da un ministro. «Non è permesso ai fedeli prendere da se stessi il pane consacrato o il sacro calice, tanto meno passarselo di mano in mano» (OGMR 160): la comunione è un dono che si riceve.
Se un ministro straordinario della comunione viene chiamato ad aiutare nella distribuzione, prima fa lui la comunione ricevendola da chi presiede, quindi prende la pisside dalle mani del presidente e si avvicina ai fedeli per la distribuzione.
Il nuovo Codice di Diritto Canonico (can. 917) prevede la possibilità di comunicarsi due volte al giorno, se c’è un motivo per partecipare ad una seconda Messa, proprio perché questa, in quanto banchetto sacrificale, comporta per sua stessa natura la Comunione.
La comunione ai celiaci
È in aumento il numero di fedeli affetti da celiachia, patologia che determina un’intolleranza al glutine, per cui chi è affetto da questa patologia non può ingerire il pane comune o consimili.
Per questo si ricorda che ormai sono facilmente reperibili le ostie confezionate con amido di frumento contenente una quantità minima di glutine, e perciò idonee per la comunione dei celiaci. Tali ostie debbono essere conservate in un contenitore a parte (una teca apposita), in modo da evitare qualsiasi forma di contatto con ostie normali. Al momento della distribuzione della comunione il ministro (prete, diacono, ministro straordinario) dovrà avere l’attenzione di non “contaminare” con il glutine le ostie speciali.
Per chi fosse intollerante anche a questo tipo di ostie, rimane la possibilità della comunione al calice. In questo caso bisognerà fare attenzione ad evitare di comunicare il celiaco al calice nel quale è stata fatta la “immixtio” con un frammento del pane eucaristico comune, e consacrare il vino per la comunione dei celiaci in un calice distinto, coperto, nel quale non si farà la immixtio.
Il ministro straordinario della Comunione
Con la riforma liturgica del Vaticano II, oltre al recupero del Diacono come ministro ordinario della Comunione, è previsto che uomini e donne, in virtù di un semplice mandato da parte del parroco, siano ministri straordinari della Comunione secondo le norme stabilite dall’Istruzione Immensae caritatis. Si tratta di un gesto che, oltre a rispondere ad una precisa esigenza, manifesta la missione di ogni battezzato di portare e comunicare la presenza di Cristo.
Come prevedono le indicazioni diocesane per la diocesi di Vicenza, dato che «l’esercizio di questo ministero non cambia l’identità ecclesiale del ministro, egli lo compie indossando gli abiti laicali o religiosi propri della sua condizione; essi siano semplici e decorosi. La tunica bianca può essere usata solo quando il ministro è chiamato a svolgere in tutta la Messa la funzione di accolito. Ogni ministro si prepari con cura a svolgere la propria mansione nel pieno rispetto delle norme della liturgia, affinché tutto si svolga in un clima di fede e di carità. Non sono consentiti al ministro gesti rituali non previsti dalla liturgia, come il lavarsi le mani».
Il canto durante la Comunione
Dei canti della Messa (a parte quelli dell’Ordinario), è il più antico e il più importante. Cirillo di Gerusalemme ricorda il salmo 33, la cui antifona «gustate e vedete com’è buono il Signore» è particolarmente indicata per esprimere la gioia eucaristica della comunità.
Se non ci sono canti, come per esempio nelle Messe della settimana, il presidente “può” leggere l’antifona proposta nel messale (e, quindi, non è obbligatoria). In ogni caso le parole dell’antifona riportata dal messale possono costituire un prezioso riferimento per la scelta del canto di Comunione.
Il Messale italiano, nelle feste, ha come testo del canto di comunione uno o due versetti tratti dal Vangelo proclamato in quel giorno. È un modo per dire che, nel momento della comunione, quel testo "si compie" per noi.
Il silenzio, l’inno e l’orazione
“Ultimata la distribuzione della Comunione, il presidente e i fedeli, secondo l’opportunità, pregano un po’ in silenzio. È anche ammesso, se lo si desidera, che tutta l’assemblea esegua un inno, un salmo o un altro canto di lode”(OGMR 88).
Come in una famiglia non si lavano i piatti quando gli invitati alla festa sono ancora presenti, con molto buon senso il messale prevede la possibilità di compiere la purificazione dei vasi sacri (calice e patena) dopo la Messa, una volta congedato il popolo (OGMR 163). Se questa viene fatta subito è più opportuno spostarsi alla credenza/tavolino.
Dal silenzio nasce il vero canto finale (che avrebbe qui la sua collocazione) e la preghiera conclusiva, con la quale chiediamo al Padre di poter testimoniare ciò che abbiamo ricevuto.
Se l’inizio della Messa è abbastanza ben caratterizzato dai “riti di introduzione”, la sua fine lo è molto meno: essa si chiude con l’invito a cominciare la missione, a continuare la stessa missione di Cristo. Del resto, il termine “messa” ha la stessa radice di “missio”: da sempre, coloro che il Signore sceglie e chiama, non è per farne dei beneficiari privilegiati dei suoi doni a scapito degli altri… Al contrario è sempre per affidare loro una missione verso gli altri.
Gli avvisi
Se vi sono avvisi da dare, a volte convenienti per informare e convocare la comunità a determinate attività, è bene darli con brevità e semplicità, prima della benedizione e congedo.
Si eviti di farlo durante il silenzio della comunione o prima dell’orazione – che è chiamata, appunto, preghiera “dopo la comunione” e non “prima della benedizione” - perché verrebbero stravolte la verità e la logica delle azioni (andate, state fermi che vi dico…). Data l’abitudine di stampare il foglio con le notizie da portare a casa, ci si limiti a ricordare pubblicamente solo gli appuntamenti essenziali e maggiormente ecclesiali.
La benedizione
Come è stato fatto in apertura di ognuna delle grandi sequenze della messa, colui che presiede rivolge ai fedeli l’augurio «Il Signore sia con voi». Li invita poi a chiudere la messa così come l’hanno iniziata: con il segno della croce! Dopo aver benedetto Dio nel corso della Messa, la liturgia chiede che Dio ancora una volta benedica il popolo, cioè “che gli faccia del bene”, che la celebrazione ci aiuti tutti a cominciare meglio la settimana o il giorno che viene.
Vi sono tre modi di dare la benedizione: la semplice invocazione della Trinità e il segno della croce, la benedizione solenne con il triplice “Amen” di risposta. Una terza possibilità prevista dal Messale, ma poco utilizzata, è la preghiera sul popolo, a imitazione, per intenderci, della orazione finale dell’Azione liturgica del Venerdì santo, con successivo segno di croce.
Il “congedo” – missione
La celebrazione dell’Eucaristia non è fine a se stessa, per cui non basta far le cose bene dal punto di vista rituale. Ciò che conta veramente è esprimere nella vita ciò che celebriamo nella liturgia. I singoli momenti della celebrazione sono come una esercitazione di quello che con naturalezza e semplicità dobbiamo fare nella vita ordinaria: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”(Gv. 20,21; 17,18). Chi ha incontrato Gesù (ne fanno testimonianza continua i Vangeli) è mandato a servirlo negli uomini, a fare memoria di lui annunciando la sua morte e risurrezione.
[1] Queste indicazioni riguardano il coinvolgimento di tutti i presenti: cosa ben diversa e deleteria sarebbe invece che alcune categorie di persone utilizzassero il tempo prima della Messa per “provare” aspetti particolari… creando un clima di distrazione e confusione.
[2] Si eviti comunque di utilizzare il passaggio di servizio che collega i due ambienti: prete e ministri escano dalla porta che da sulla navata e da li si rechino all’altare; può essere significativo anche sostare davanti ad esso, in capo all’assemblea, mentre si canta insieme.
[3] In questo caso il gesto rituale sia autentico e comprensivo di tutta l’assemblea: essere raggiunti dalle gocce d’acqua, il cantare insieme, il venire avvicinati da chi presiede… sono importanti esperienze antropologiche che corrispondono al senso più autentico di questo momento liturgico.
[4] Si ricorda, tra l’altro, che, a partire dall’avvento 2010, è obbligatorio in tutte le chiese, l’uso dei nuovi Lezionari.
Unità Pastorale di Montebello, Selva, Agugliana
SETTIMANA DELLA COMUNITÀ
"Rinnovo l'invito a programmare anche in questo nuovo anno pastorale la settimana della comunità: una settimana da dedicare all'ascolto della Parola di Dio e a pregare insieme.
Un modo concreto per non essere sopraffatti dalle preoccupazioni e ricordarci che se sono fondamentali le relazioni tra queste, al primo posto c'è la relazione con Dio".
(Dalla lettera pastorale del Vescovo Beniamino alla diocesi di Vicenza).
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Facendo nostro l'invito del Vescovo, ci disponiamo a celebrare nella nostra Unità Pastorale la settimana della comunità secondo il seguente programma:
-+ Mercoledì delle Ceneri, 10 febbraio
"Ritornate al Signore, vostro Dio, perché Egli è misericordioso e pietoso".
SS. Messe e imposizione delle ceneri:
a Montebello ore 8:00 e ore 20:00
a Selva ore 20:00
Liturgia della Parola e imposizione delle ceneri: a Montebello ore 15:00
-+ Giovedì 11 febbraio
ore 20:30 in chiesa a Montebello riflessione, condivisione e preghiera:
"ll Dio misericordioso nell'Antico Testamento" (Antonella Anghinoni)
-+ Venerdì 12 febbraio
ore 20:30 in chiesa a Montebello riflessione, condivisione e preghiera:
"Le parabole della misericordia" (Antonella Anghinoni)
-+ Sabato 13 febbraio
dalle ore 9:00 alle 11:00 in cappella della Santa Famiglia
Adorazione Eucaristica
dalle 16:00 alle 18:15 in chiesa a Montebello
Adorazione Eucaristica
Cos'è questo Movimento che stà conquistando molti cuori in Italia e nelle nazioni dove le nostre sorelle Doretee prestano il loro prezioso servizio?. Come mai questo entusiasmo?. Come si spiega questo desiderio di essere più vicini al Signore e sentirsi appagati nel silenzioso colloquio con Lui?.
LA SORGENTE: in breve la storia.
Il 12 agosto 1887 nasce l'ADORAZIONE PERPETUA, ovvero continuativa, senza interruzione, notte e giorno, ma solo per le Suore. Lo Spirito Santo si fa presente e il 23 Luglio 1914 l'adorazione è aperta ai laici. Per questa occasione viene inaugurata il forma solenne l'attuale chiesetta Paradiso a Vicenza in via San Domenico, dove riposano anche le spoglie di Santa Maria Bertilla e del fondatore San Giovanni Antonio Farina. Soffia ancora lo Spirito Santo e, su richiesta dei laici, nasce il MOVIMENTO EUCARISTICO, che in poco tempo ha abbracciato molte zone dell'Italia, dove operano le sorelle Dorotee. Le prime gocce di questa sorgente timidamente caddero anche a Montebello Vicentino. Il gruppo ha iniziato nell'anno 1994 all'interno della Scuola materna; da tempo attendavamo il momento opportuno per trasferire la nostra adorazione alla S.S. EUCARISTIA nella sede normale: la Parrocchia. La chiesetta della Sacra Famiglia,
dietro l'attuale Parrocchiale, era in uno stato di abbandono, ma il nostro compianto Don Antonio Mozzo l'ha fatta restaurare. Era il nostro momento. Il 30 Settembre 1998 chiedemmo la possibilità di avere a disposizione per tutto l'anno questa chiesetta, rendendoci disponibili alla pulizia a procurare eventuali arredi necessari e all'apertura e chiusura della stessa; la risposta fu affermativa. Iniziammo subito, facendo tesoro delle parole del Vescovo di allora Monsignor Pietro Nonis in cattedrale a Vicenza nel CENTENARIO dell'ADORAZIONE PERPETUA: in quelle Parrocchie dove non si adora GESÙEUCARISTIA, la FEDE, nostro patrimonio prezioso, lentamente scomparirà. Avvisammo quindi la Superiora Generale delle Suore Dorotee Figlie dei S. S. Cuori, Suor Biancarosa Zocca, che premurosamente così ci rispose il 7 Novembre 1998: <<Con gioia ho letto la lettera e ammirato la foto della chiesetta, nella quale si adora settimanalmente GES nel suo SACRAMENTO d'AMORE. Sono molto contenta che aumentino gli angoli "PARADISO" (anche perché la nostra chiesetta l'abbiamo denominata "PARADISO N°2) dove la preghiera assume il respiro del mondo e si fa supplica incessante per tanti problemi, sofferenza, angoscia della società attuale, dei giovani e delle famiglie in particolare. L'espansione del MOVIMENTO EUCARISTICO con il conseguente desiderio di ADORARE-AMARE-RIPARARE per tanti fratelli, che non hanno la grazia di farlo è per me un dono del Signore, che vuol salvare tutti servendosi anche della nostra umile collaborazione. Sia EGLI sempre la guida sapente e illuminante di ogni incontro, di ogni iniziativa, affinché quanto si realizzi porti il segno inconfondibile del suo AMORE. >> Passarono gli anni, il M.E. maturò talmente da fare un passo di qualità: l'ADORAZIONE SILENZIOSA. Tutto tace per GESÙ, contatto spirituale, profondo e personale in cui viviamo con GESÙ i nostri problemi, le nostre difficoltà, le nostre speranze spirituali e morali. É un abbraccio intimo di amore con GESÙ/persona viva. Essere adulti nella FEDE è saper nel silenzio parlare con DIO. L'ADORAZIONE SILENZIOSA è nata per questo. GESÙ prima di mettersi in comunione con il PADRE si è appartato nel deserto in preghiera per 40 giorni e 40 notti. Attraverso questo silenzio, l'animo scopre, vive, si trasfigura e percepisce che DIO non è lontano ma vive in Esso. È nel silenzio totale che si entra in un'altra dimensione; è la scoperta gioiosa della FEDE: Dio per mezzo di GESÙ EUCARISTIA ci fa dono della Sua presenza corporea e spirituale. Il tempo scorre veloce, i pensieri, le confidenze, i bisogni riempiono questo tempo d'amore con GESÙ totalmente in profondità che ogni cosa che ci circonda sparisce lasciando il posto solo per l'ETERNO. Che cos'è il SILENZIO?. È mancanza di rumori, suoni, voci, parlare. È quiete e deve essere profondo, perfetto. Il rumore, il vociare, le distrazioni, sono ostacoli che deviano il pensiero e difficilmente fanno gustare l'amicizia con DIO. Questo movimento educa interiormente, aiuta la propria FEDE senza FANTASMI o GESTI ECLATANTI, il resto arriva nel silenzio amoroso di GESÙ automaticamente. L'EUCARISTIA questa forza invisibile trasforma i sentimenti umani in divini. Apre i cuori, innesta quella scintilla di DIO che abbellisce e ci prepara ad essere in DIO con GESÙ. Non saremo noi che viviamo, come dice San Paolo,è GESÙ/DIO che vive in noi. Gli adoratori sono un dono per le Parrocchie, perché con le loro preghiere intercedono presso DIO. Attualmente l'ADORAZIONE: ogni giovedì alle 17.30. Segue la Santa Messa.
Renzo Pesavento
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